Banca di Cascina

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Un po' di storia

La Cassa nasce il 12 giugno del 1911, come tante altre in Toscana, "all'ombra del campanile": per iniziativa, cioè, di alcuni esponenti del mondo cattolico locale, con due o tre preti in prima fila.
Tra i soci fondatori, una ventina, fu eletto il primo presidente, l'intagliatore Giovanni Grigò, che resterà in carica per un solo mandato. A lui, nel marzo del 1913, succede Antonio Virgili, un colono, che sarà affiancato come cassiere da Augusto Panicacci, un falegname che ad ore e giorni stabiliti (di regola la domenica mattina) riceve i soci in casa per compiere le varie operazioni.

 

Per qualche decennio si andrà avanti così (o poco meglio), proprio come la "banchina dei preti". Comunque già verso la fine degli anni '30 la Cassa (che nel '37 deve aderire all'Associazione Nazionale tra le Casse Rurali ed Artigiane, una volta assunta questa ragione sociale) è in grado di acquistare la prima sede, per il momento destinata a spaccio della cooperativa di consumo, costituita in seno alla stessa compagine dei soci della Cassa.


Nel '38 al Virgili e al Panicacci succedono il geometra Pierino Caroti come presidente ed il cavalier Gino Bindi con le funzioni di cassiere, il quale sarà a sua volta presidente dall'aprile 1959 all'agosto del 1974, ricoprendo anche la carica di consigliere della Federazione Toscana, cui la Cassa aveva aderito fin dal 23 ottobre del '45, anche se allora non si trattava dell'odierna Federazione ma della Federazione Toscana delle Cooperative di Credito, risorta dalle ceneri del precedente ente corporativo fascista.
Dal 1951 in poi, sulla spinta offerta dalla legge per i finanziamenti all'artigianato, inizia il processo di sviluppo che dopo il '74 assumerà ritmi davvero notevoli.

la Sede in Piazza Martiri della Libertà
Della sera in cui innanzi al regio notaro Guido di Rodolfo Ferretti comparvero i primi soci, guidati dal pievano don Dante Pasquinucci, con l'intenzione di costituire la "Cassa agricola operaia di Cascina", esiste tutt'oggi il resoconto dell'atto, che comprende i nomi dei fondatori ed il primo Statuto della cooperativa ma c'è anche e soprattutto un racconto, una testimonianza in prima persona che, magari, un po’ ingenuamente, ci ha tramandato immagini, suoni ed atmosfera di un'esperienza vissuta, in modo non troppo diverso, in tanti altri paesi in cui nacquero le Casse rurali ed artigiane agli inizi di questo secolo.
Un crocchio di persone sul sagrato della chiesa: un ortolano, un intagliatore, alcuni falegnami, la maggioranza per la verità. Discutono col parroco.
Il sacerdote è infervorato in una "predica" inconsueta: "Ma santo Dio - dice ai molti ancora indecisi - dovrete pur rendervi conto che si deve vivere socialmente insieme ad altri, risolvere certi problemi che da soli non è possibile affrontare!".

E' l’ultima "arringa": manca poco all'ora della cena. Poi, "dopo circa tre quarti d'ora", come dice il racconto che abbiamo rinvenuto e il cui autore è rimasto sconosciuto, si raduneranno tutti nella sede dell'Unione cattolica, "col permesso delle loro spose". C'è anche un impiegato delle poste. Il notaio ancora non è arrivato. E' il momento buono, secondo don Pasquinucci, per un supplemento di predica, magari condita da un bicchiere di "bianco" secco dell’Elba.
Il sacerdote vuole che i suoi parrocchiani siano pienamente coscienti di ciò che stanno per fare, anche perché l'impresa, un domani, potrebbe coinvolgere direttamente le loro già scarne sostanze.
Eccolo allora a spiegare le caratteristiche delle cooperative, di persone umili che insieme hanno creato spacci alimentari, che insieme si sono costruiti la casa, che insieme hanno fatto una banca, la Cassa rurale, nel Trentino, nel Veneto, in Sicilia ed anche in altri posti, "qui in Toscana". Molti sono scettici: "siamo noi ad aver bisogno di soldi - fa uno - e ci si mette a far la banca?". E un altro: "Quelli che i soldi li hanno li portano alle banche grandi... oppure fanno il piacere di prestarli direttamente, tenendo abbastanza in corda chi glieli chiede".
Per svariati motivi non si sentono neppure all'altezza dell'iniziativa: "Io, signor pievano, non so nemmeno far la mia firma".
Ma don Pasquinucci li rincuora: "Una cosa fondamentale ci vuole ed è che si scelgano a far parte della società dei galantuomini, dei buoni cristiani, dei lavoratori, degli onesti cittadini: il resto viene da sé, come il frutto meritato di una buona azione assistita dalla Divina Provvidenza". Poi, incoraggiato dall'arrivo di altri due preti, don Pasquinucci scende nei dettagli e spiega le varie fasi della costituzione.
La maggioranza è ormai con lui; all'arrivo del notaio Ferretti "erano tutti pressoché pronti, non senza un certo compiacimento misto a un senso religioso, a formar la pietra miliare di una costruzione che si sarebbe beneficamente protratta ed ingrandita negli anni".
Poi l'atto vero e proprio e le firme. E infine: "Altri fiaschi di vino furono adoperati per suggellare l'avvenimento verificatosi senza clamore alcuno, mentre anzi quasi tutti i concittadini erano sprofondati nel sonno. Si era infatti fatta l'ultima ora del giorno e le stelle continuavano a brillare nel cielo".

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